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Bambini selvaggi

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by Piergiacomo Pagano. Reproduced from Naturalmente magazine with the kind permission of the author.

"Da dove proviene la conoscenza?" si chiede J. L. Elman nella prefazione di Rethinking Innateness, un volume dedicato ad una visione cognitivista dello sviluppo. Gli uomini "sanno come parlare una lingua [...]. Alcuni sanno come costruire le auto ed altri sanno come risolvere le equazioni differenziali" (Elman, 1998)[7]. La conoscenza deriva da due fonti, prosegue lo scienziato, una riguarda la natura, i nostri geni, l'altra dipende dall'educazione e dalla esperienza. Ma in che modo le due fonti interagiscono e in che percentuale? In un precedente articolo abbiamo visto che la base genetica degli scimpanzé permette loro di destreggiarsi con grande abilità tra i rami di un albero ma non consente loro di avere un linguaggio, almeno così come lo intendiamo noi (Pagano, 2000)[21]. Per contro il nostro genoma ci fornisce di due piedi e di un grande cervello. Sono allora sufficienti i nostri cromosomi per essere così come siamo? L'intuito ci porterebbe a pensare di sì ma, come vedremo, le cose non stanno esattamente in questi termini.

Per cercare di discernere ciò che è genetico da ciò che è apprendimento, i ricercatori si sono concentrati su quei rari casi di gemelli identici (omozigoti) che hanno passato la loro esistenza in contesti sociali diversi. Svariati studi, condotti per trent'anni in quattro paesi, hanno mostrato che esiste una sostanziale influenza genetica su specifiche capacità cognitive in tutte le età, dall'infanzia alla vecchiaia (Plomin e DeFries, 1998[24]). Altri studi confermano queste conclusioni anche se sono rimasti famosi più per le critiche sulle metodologie che per i risultati ottenuti. Mi riferisco alle ricerche dello psicologo T. J. Bouchard Jr. e dei suoi collaboratori, iniziate verso la fine degli anni '70 e che avrebbero quantizzato in un 70% la componente genetica dell'intelligenza. Soprattutto le basi aneddotiche furono oggetto di biasimo (citato in Horgan, 1993)[11]. Ad esempio raccontarono che entrambi i gemelli, Oskar educato da nazista in Cecoslovacchia, e Jack, educato da ebreo a Trinidad, tiravano lo sciacquone prima e dopo l'uso del bagno, si divertivano a spaventare le persone starnutendo in ascensore e quando si incontrarono indossavano una camicia con le spalline. Se queste sono le basi per sostenere la componente genetica che dire allora delle due gemelle omozigoti Paula e Nina Sossen che si sono dichiarate una eterosessuale e l'altra lesbica?

Senza dubbio i gemelli sono una fonte di informazioni importante, esistono però dei dati storici che non possono essere trascurati. Sono quei casi pietosi di fanciulli cresciuti lontano dai contatti umani e noti come "bambini selvaggi". In letteratura troviamo svariate citazioni; ad esempio Diamond (1994)[5], Donald (1996)[6], Gould (1998)[10], Maturana e Varela (1992)[18], Oliveiro Alberto e Anna (1998)[20] ne parlano nei loro libri, ma si tratta solo di piccoli accenni. E' vero che i casi ben documentati sono pochi e che non si deve generalizzare, tuttavia è bene tenerli a mente anche perché darebbero alla componente ambientale un'importanza enorme, tutt'oggi sottovalutata.

Chi non ha mai sentito parlare dei "ragazzi-lupo", quegli esseri umani abbandonati in fasce e cresciuti allo stato selvatico grazie al buon cuore di qualche animale? Di leggende ce ne sono tante. La più nota è quella di Romolo e Remo, descritta simpaticamente da Indro Montanelli (1969)[19] nella sua "Storia di Roma", ma ne esistono altre, forse più conosciute al pubblico internazionale come Ciro di Persia, Tarzan o Moogli. D'altra parte è logico pensare che i neonati indesiderati venissero veramente abbandonati in prossimità di zone selvagge. Succede anche ai giorni nostri e ne abbiamo testimonianza ogni qual volta leggiamo del ritrovamento di bambini lasciati sulla soglia di una chiesa o, peggio, gettati in un fosso o in un cassonetto delle immondizie. Sicuramente i casi scoperti sono una minoranza e tanti bambini muoiono in breve tempo, tuttavia, di quando in quando e incredibilmente, qualcuno riesce a sopravvivere. A volte gli animali sono più caritatevoli di quanto possa sembrare a prima vista! Alcuni anni fa, era il 1996, nello zoo di Chicago un bimbo di 3 anni cadde in un recinto di gorilla. I testimoni raccontano che una femmina lo raccolse, lo cullò fra le braccia e lo portò in prossimità del cancello dove i guardiani erano accorsi. Alcune fotografie dell'accaduto sono apparse anche di recente su di un noto mensile (Focus, 2000)[8].

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